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Società di capitali. Limitazioni al potere di rappresentanza e opponibilità al terzo contraente. (Cass. Civ., Sez. VI-I, sent. n. 26239 del 28 settembre 2021)

Ai fini dell'opponibilità al terzo contraente delle limitazioni dei poteri di rappresentanza degli organi di società di capitali, la normativa vigente richiede non già la mera conoscenza della esistenza di tali limitazioni da parte del terzo, ma altresì la sussistenza di un accordo fraudolento o, quanto meno, la consapevolezza di una stipulazione potenzialmente generatrice di danno per la società. Stando ai principi di diritto comune (art. 2697 cod. civ), come pure confermati dal contenuto normativo dell'art. 2475 bis cod. civ., l'onere della prova della effettiva esistenza di un accordo fraudolento, ovvero della consapevolezza di una stipulazione potenzialmente generatrice di danno, viene a incombere sul soggetto che intende predicare l'opponibilità del vizio al terzo e l'inefficacia dell'atto.

Commento

(di Daniele Minussi)
Quale è la fonte della rappresentanza nella srl: la legge o la volontà dell'assemblea dei soci? Una risposta nel primo senso può essere desunta dal modo di disporre dell'art. 2475 bis, norma considerata, con la pronunzia in commento, dalla S.C. nei suoi snodi logici fondamentali.
Come è noto, in materia di società di capitali, con particolare riferimento all'ambito delle società a responsabilità limitata (stante il differente modo di disporre dell'art. 2384 cod.civ. in tema di spa) la limitazione ai poteri rappresentativi dell'organo amministrativo è connotata da un regime di opponibilità assai penalizzante per l'ente, volto a porre in terzi in una situazione di maggiore sicurezza nelle contrattazioni. Per tale motivo non è sufficiente che siffatte limitazioni siano conoscibili (tramite i consueti strumenti di pubblicità legale) ovvero anche conosciute concretamente da detti terzi. Occorre un quid pluris: o un vero e proprio patto tra il terzo e il rappresentante volto a frodare la società o, quantomeno, una situazione di consapevolezza nel terzo del pregiudizio che la negoziazione ultra vires può arrecare alla società, quantomeno a livello potenziale. Non basta ancora: a rendere conto di queste circostanze, tra loro alternative, deve essere la società, sul quale grava pertanto l'onere della prova.

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