Questo sito utilizza i cookie, anche di terze parti, per il monitoraggio degli accessi.
Per saperne di più, conoscere i cookie utilizzati ed eventualmente disabilitarli, accedi alla pagina Privacy.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Spetta a chi impugna il testamento olografo dare conto della situazione di ’incapacità naturale del de cuius al tempio della redazione del testamento stesso. (Cass. Civ., Sez. II, sent. n. 28758 del 30 novembre 2017)

L'apprezzamento del giudice di merito circa l'incapacità di intendere e di volere costituisce indagine di fatto e valutazione di merito non censurabile in sede di legittimità, se fondata su congrua motivazione, immune da vizi logici ed errori di diritto. Tale giudizio deve necessariamente risultare dall'esame coordinato di numerosi elementi e l'adeguatezza della motivazione del giudice del merito deve essere vagliata con riferimento all'insieme degli stessi, nonché alle difese delle parti, al fine di verificare che, nel suo complesso, il giudizio risulti adeguatamente e concretamente giustificato.
Considerato inoltre che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l'eccezione, spetta a colui che impugna il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente (nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo).
In tema di successioni, il certificato medico che attesta l’esistenza di una malattia degenerativa del defunto non prova che lo stesso fosse incapace di intendere e volere nel momento in cui ha redatto il testamento olografo. L’accertata impossibilità di compere da solo gli atti della vita quotidiana, infatti, evidenzia una compromissione della sfera fisica e non psichica del soggetto.

Commento

(di Daniele Minussi)
Quale portata possiede il certificato medico attestante l'esistenza di una malattia degenerativa? La risposta della S.C. è netta: esso non conduce a reputare provata ex se quella incapacità di intendere e di volere che condurrebbe all'annullamento del testamento. Soltanto una certificazione che desse conto di una totale incapacità permanente produrrebbe tali conseguenze (invertendosi l'onere della prova su colui che intendesse dar conto del c.d. "lucido intervallo" in relazione alla testamentifazione). Altrimenti vale, conformemente alla regola generale in forza della quale la capacità di agire si presume, il principio generale di cui all'art. 2697 cod.civ.: spetta cioè a colui che intende far valere una presunta incapacità naturale, darne prova.

Aggiungi un commento