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Cass. civile, sez. Unite del 1992 numero 7073 (09/06/1992)


Ai fini della distinzione fra vendita ed appalto, in casi in cui la prestazione di una parte consiste sia in un dare che in un fare, occorre avere riguardo allo scopo essenziale del negozio ed al significato che, in relazione ad esso, la fornitura della materia e la prestazione d'opera assumono nella comune intenzione delle parti, in vista del risultato che essi tendono a conseguire. Si configura, pertanto, non una vendita, ma un appalto - che, perciò si sottrae, se concluso da cittadino italiano con uno straniero, alle convenzioni dell'Aja 15 giugno 1955 e primo luglio 1964, ratificate dall'Italia, rispettivamente con le leggi 4 febbraio 1958 n. 50 e 21 giugno 1971 n. 816, in materia di legge applicabile alle vendite internazionali; con la conseguenza che, in siffatta ipotesi la questione di giurisdizione va esaminata alla stregua dell'art. 4 n. 2 cod. proc. ci., che consente di convenire lo straniero davanti al giudice italiano se la domanda riguarda obbligazioni sorte o da eseguirsi in Italia, - allorché‚ la prestazione della materia costituisce un semplice mezzo per la produzione di un'opera che sia lo scopo essenziale del negozio, di modo che le modifiche da apportare a cose, pur rientranti nella normale attività produttiva dell'imprenditore che si obbliga a fornirle ad altri, consistono non giá in accorgimenti marginali e secondari diretti ad adattarle alle specifiche esigenze del destinatario della prestazione, ma siano tali da dar luogo ad un "opus perfectum" di valore determinante al fine del risultato da fornire alla controparte. (Nella specie, la C.S. aveva escluso l’applicabilità della Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, ratificata con legge 21 giugno 1971 n. 804, trattandosi di controversia con società avente sede in Svizzera, paese non aderente alla convenzione).

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