Questo sito utilizza i cookie, anche di terze parti, per il monitoraggio degli accessi.
Per saperne di più, conoscere i cookie utilizzati ed eventualmente disabilitarli, accedi alla pagina Privacy.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Non è contraria al principio di buona fede nell’esecuzione del contratto nè è abusiva la condotta del promissario acquirente che condiziona, conformemente alle intese preliminari, la stipula dell'atto di acquisto al rispetto del patto in base al quale l'atto deve seguire la cancellazione d’ipoteca sull'immobile. (Tribunale di Reggio Emilia, 21 febbraio 2013)

La parte adempiente di un contratto preliminare di compravendita, che abbia ricevuto una caparra confirmatoria e si sia avvalsa della facoltà di provocare la risoluzione del contratto mediante diffida ad adempiere ante causam, può poi agire in giudizio rinunciando all’effetto risolutivo ed esercitando il diritto di recesso, posto che il divieto di mutare la domanda di risoluzione in quella di recesso vale solo per le sole domande giurisdizionali già proposte.
In tema di esecuzione del contratto, la buona fede si atteggia come impegno di cooperazione od obbligo di solidarietà, imponendo a ciascun contraente di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali o dal dovere extracontrattuale del principio del neminem laedere, sono idonei a preservare gli interessi della controparte, senza peraltro che ciò possa rappresentare un apprezzabile sacrificio per chi li pone in essere. In sostanza, il principio sancito dall’art. 1375 c.c. ha la portata di ampliare ovvero di restringere gli obblighi letteralmente assunti con il contratto, nei casi e nella misura in cui farli valere nel loro tenore letterale contrasterebbe con detto principio, senza peraltro che possa essere impedito di avvalersi di tutti gli strumenti apprestati dall’ordinamento per porre rimedio all’inadempimento di controparte ed al pregiudizio che ne deriva. L’obbligo di buona fede nell’esecuzione del contratto non ha allora un contenuto prestabilito, e quindi anche la mera inerzia può costituirne inadempimento, poiché l’osservanza del dovere di correttezza si pone nel sistema come limite interno di ogni situazione giuridica contrattuale soggettiva, per evitare che l’ossequio alla legalità formale si traduca in un sacrificio della giustizia sostanziale che scade nell’abuso del diritto.

Commento

(di Daniele Minussi)
A dire il vero ci si potrebbe stupire che si sia potuta anche soltanto prospettare come abusivo e pretestuoso il comportamento del promissario acquirente che si sia rifiutato di perfezionare l'atto traslativo della proprietà senza che venisse quantomeno contestualmente prestato assenso alla cancellazione dell'ipoteca insistente sull'immobile. Nella specie la tempistica si era allungata in funzione del fatto che la banca aveva concesso di addivenire alla cancellazione della garanzia reale soltanto una volta acquisita analoga garanzia su ulteriore immobile di proprietà del promittente alienante. L'intera operazione sarebbe stata praticabile soltanto una volta stipulata la vendita, che tuttavia, per tale motivo, avrebbe avuto ad oggetto un immobile gravato da ipoteca, contrariamente alle pattuizioni di cui al preliminare.

Aggiungi un commento