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Requisiti oggettivi e soggettivi di accesso alla procedura (crisi da sovraindebitamento)

Allo scopo di poter fruire del procedimento di risoluzione della crisi da sovraindebitamento occorre che il debitore possieda alcune qualifiche soggettive. Egli deve alternativamente essere:
  • una persona fisica che non esercita alcuna attività d'impresa nota1;
  • un imprenditore che non esercita attività commerciale nota2,
  • un imprenditore commerciale c.d. "sotto-soglia", vale a dire al di sotto dei requisiti minimi per il fallimento di cui alla legge fallimentare,
  • un imprenditore non commerciale non più assoggettabile a fallimento a cagione del decorso del termine annuale di cui all'art. 10. l. f..

Va notato come la qualità di consumatore non costituisca più un requisito soggettivo per l’ammissione alla procedura. In questo senso la originaria disciplina dell'istituto di cui all’art. 1, co. 2, lett. b), del D.L. n. 212/2011 parlava esplicitamente di "sovraindebitamento del consumatore". La relativa nozione costituiva il presupposto per ridurre la percentuale di creditori indispensabile per l’omologazione dell’accordo (il requisito del 70% dei crediti si riduceva a quello del 50%). La risistemazione della materia operata per effetto dell'emanazione della L. 2012 n. 3 non fa più alcun riferimento al "consumatore", bensì genericamente ad ogni soggetto non esposto a fallimento. Come la giurisprudenza ha avuto modo di precisare (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 1869/2016) non occorre che venga in esame una persona priva, dal lato attivo, di relazioni d'impresa o professionali, anche se è necessario che non siano residuate obbligazioni riconducibili a tale sfera di attività, sia pure con l'eccezione di quelle di cui al terzo periodo del I comma dell'art.7 della l 2012/3.

Ai sensi dell'art. 7 della L. 2012 n.3 occorre che il debitore si trovi in una situazione di "sovraindebitamento". Cosa si intende con tale locuzione? L’art. 6 della legge citata chiarisce come sia necessaria la sussistenza di un duplice requisito:
  • la definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni;
  • una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte ed il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte.

La prima enunciazione viene a sostanziare quello che tradizionalmente viene definito come stato d’insolvenza secondo la definizione di cui all’art. 5 l. f..
Più sfumata è seconda enunciazione, che parrebbe circostanziare la prima, fornendo ulteriore specificazione. Si tratta di una specifica ipotesi di insolvenza che consiste nella illiquidità degli asset del debitore. Costui non ha più la possibilità di far fronte ai propri debiti scaduti anche se il suo patrimonio ha, sulla carta, un valore superiore alle passività. Questa condizione non è invero infrequente nell'attuale mercato, dal momento che la crisi del settore immobiliare e la scarsa liquidabilità di asset come titoli di emittenti dal rating abbassato, non danno la possibilità di liquidare a valori congrui i beni del debitore. D'altronde, proprio per tale motivo, gli istituti di credito sono riluttanti o impossibilitati a concedere garanzie su un patrimonio così composto. Va inoltre osservato che, nella valutazione dello squilibrio non devono essere ponderati i redditi futuri. L'agevole monetizzazione del patrimonio infatti comporta che esso sia facilmente liquidabile e che non si possa tener conto di redditi non ancora percepiti, salvo che l’incasso possa avvenire in tempi brevi. Va sottolineato che questo requisito si riferisce soltanto alla situazione di sovraindebitamento, perché l’art. 7 precisa che l’accordo prevede le modalità per l’eventuale liquidazione dei beni. Non è escluso che possano essere avanzate ai creditori proposte intese proprio alla liquidazione di beni appartenenti al debitore (si pensi a beni immobili) quand'anche non sia pervenuta già un’offerta di acquisto.

Note

nota1


Giova osservare che la pronunzia dichiarativa di fallimento è causa di risoluzione dell'accordo.
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nota2


L’art. 23, co. 43 del D.L. n. 98/2011 (conv. con la L. 15 luglio 2011, n. 111) estendeva gli accordi di ristrutturazione e la transazione fiscale agli imprenditori agricoli in stato di crisi o di insolvenza. Ciò non escludeva che essi non potessero avvalersi della procedimento di risoluzione del sovraindebitamento. Infatti quest'ultimo non da vita ad una procedura concorsuale, come anche la transazione fiscale. Questo esito ermeneutico può essere sostenuto anche tenuto conto dei caratteri della disciplina come novellata dalla L. n. 3/2012. La legge infatti non richiede più che il debitore non sia assoggettabile alle procedure concorsuali, bensì solo a quelle di cui all’art. 1 l. fall. (cioè il fallimento ed il concordato preventivo, ma non gli accordi di ristrutturazione).
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