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Cass. civile, sez. II del 2004 numero 3636 (24/02/2004)


In base all'art. 620, comma 5, c.c., la pubblicazione, sebbene costituisca circostanza esterna al testamento olografo e non possa esserne, pertanto, configurata come requisito di validità o di efficacia, si pone come atto preparatorio necessario ai fini della sua esecuzione coattiva e, quindi, come condizione di quest'ultima. Se l'esistenza del testamento è nota, ma chi lo invoca è impossibilitato a produrlo per la pubblicazione (poiché il documento è andato distrutto o smarrito, o per altra circostanza equivalente costitutiva di caso fortuito o di forza maggiore), la rispondenza di esso ai requisiti di forma richiesti dalla legge ed il suo contenuto possono essere accertati in via giudiziale e tale accertamento si sostituisce alla formalità della pubblicazione.Poiché il testamento olografo può essere revocato anche mediante distruzione, lacerazione o cancellazione, il solo fatto del suo mancato rinvenimento, ossia della sua irreperibilità in originale, basta a legittimare la presunzione ex art. 684 c.c. che il de cuius lo abbia revocato distruggendolo deliberatamente. Per vincere tale presunzione, occorre provare o che la scheda testamentaria esisteva ancora al momento dell'apertura della successione (e che, dunque, la sua irrecuperabilità non può farsi risalire al testatore) oppure che il testatore, benché supposto autore materiale della distruzione, non era animato da volontà di revoca.

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