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La donazione della quota di un singolo bene indiviso facente parte della comunione ereditaria incidentale ricomprendente plurimi cespiti effettuata dal coerede ad un soggetto estraneo alla comunione è nulla, in quanto avente ad oggetto un bene altrui. (Cass. Civ., Sez. Unite, sent. n. 5068 del 15 marzo 2016)

La mancanza, nel codice del 1942, di una espressa previsione di nullità della donazione di cosa altrui, dunque, non può di per sé valere a ricondurre la fattispecie nella categoria del negozio inefficace. Invero, come si è notato in dottrina, il fatto stesso che il legislatore del codice civile abbia autonomamente disciplinato sia la compravendita di cosa futura che quella di cosa altrui, mentre nulla abbia stabilito per la donazione a non domino, dovrebbe suggerire all’interprete di collegare il divieto di liberalità aventi ad oggetto cose d’altri alla struttura e funzione del contratto di donazione, piuttosto che ad un esplicito divieto di legge. Pertanto, posto che l’art. 1325 c.c. individua tra i requisiti del contratto “la causa”; che, ai sensi dell’art. 1418, secondo comma, cod. civ., la mancanza di uno dei requisiti indicati dall’art. 1325 cod. civ. produce la nullità del contratto; e che l’altruità del bene non consente di ritenere integrata la causa del contratto di donazione, deve concludersi che la donazione di un bene altrui è nulla.
Con riferimento alla donazione deve quindi affermarsi che se il bene si trova nel patrimonio del donante al momento della stipula del contratto, la donazione, in quanto dispositiva, è valida ed efficace; se, invece, la cosa non appartiene al donante, questi deve assumere espressamente e formalmente nell’atto l’obbligazione di procurare l’acquisto dal terzo al donatario. La donazione di bene altrui vale, pertanto, come donazione obbligatoria di dare, purché l’altruità sia conosciuta dal donante, e tale consapevolezza risulti da un’apposita espressa affermazione nell’atto pubblico (art. 782 c.c.). Se, invece, l’altruità del bene donato non risulti dal titolo e non sia nota alle parti, il contratto non potrà produrre effetti obbligatori, né potrà applicarsi la disciplina della vendita di cosa altrui.
La sanzione di nullità si applica normalmente alla donazione di beni che il donante ritenga, per errore, propri, perché la mancata conoscenza dell’altruità determina l’impossibilità assoluta di realizzazione del programma negoziale, e, quindi, la carenza della causa donativa. La donazione di bene non appartenente al donante è quindi affetta da una causa di nullità autonoma e indipendente rispetto a quella prevista dall’art. 771 c.c., ai sensi del combinato disposto dell’art. 769 c.c. (il donante deve disporre “di un suo diritto”) e degli artt. 1325 e 1418, comma II, c.c.. In sostanza, avendo l’animus donandi rilievo causale, esso deve essere precisamente delineato nell’atto pubblico; in difetto, la causa della donazione sarebbe frustrata non già dall’altruità del diritto in sé, quanto dal fatto che il donante non assuma l’obbligazione di procurare l’acquisto del bene dal terzo.
Alle medesime conclusioni deve pervenirsi per il caso in cui, come nella specie, oggetto della donazione sia un bene solo in parte altrui, perché appartenente pro indiviso a più comproprietari per quote differenti e donato per la sua quota da uno dei coeredi. Non è, Infatti, dato comprendere quale effettiva differenza corra tra i “beni altrui” e quelli “eventualmente altrui”, trattandosi, nell’uno e nell’altro caso, di beni non presenti, nella loro oggettività, nel patrimonio del donante al momento dell’atto, l’unico rilevante al fine di valutarne la conformità all’ordinamento. In sostanza, la posizione del coerede che dona uno dei beni compresi nella comunione (ovviamente, nel caso in cui la comunione abbia ad oggetto una pluralità di beni) non si distingue in nulla da quella di qualsivoglia altro donante che disponga di un diritto che, al momento dell’atto, non può ritenersi incluso nel suo patrimonio.
La donazione di un bene altrui, benché non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell'atto si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell'attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante.

Commento

(di Daniele Minussi)
Straordinarie le conclusioni cui è pervenuta la S.C., tanto più che la pronunzia è intervenuta a Sezioni Unite. Letteralmente "la questione si porrebbe, piuttosto, quanto all'ulteriore dodicesimo del bene di provenienza ereditaria, e per il quale il donante intendeva trasferire il proprio diritto di coerede, ricadente, tuttavia, sulla quota ex art.727 cod.civ. e non (ancora) su quel determinato immobile compreso nell'asse". In tal modo i Giudici pongono una differenza ontologica tra la quota del singolo cespite di cui il donante era già proprietario per averla acquisita in conseguenza di atto inter vivos (nella specie: quattro dodicesimi del bene) rispetto alla quota (di un solo dodicesimo) proveniente al medesimo per successione ereditaria, ricomprendente tuttavia ulteriori cespiti (per tale motivo appellata "quotina"). Mettendo da parte la questione se sia o meno nulla la donazione di bene altrui (dal momento che l'art.771 cod.civ. dispone la nullità per la sola donazione avente ad oggetto beni futuri), occorre concentrare l'attenzione sull'oggetto di una donazione che deduca contestualmente: a) la quota di quattro dodicesimi di un singolo bene la cui provenienza sia costituita da un atto tra vivi, b) l'ulteriore quota di un dodicesimo dello stesso bene, tuttavia pervenuta mortis causa al contitolare unitamente ad altri coeredi e nell'ambito di una più vasta massa divisionale.
La questione riecheggia quella della c.d. "alienazione dell'esito divisionale", in relazione alla quale ci si è chiesti se sia o meno assistita dalla imperatività dell'art.732 cod.civ..
Come è noto, istituendosi tra più coeredi una comunione incidentale, scatta la regola della prelazione legale di cui all'art.732 cod.civ., munita di retratto. L'atto posto in essere in violazione di tale norma non è comunque nullo. Per di più essa non concerne i trasferimenti a titolo liberale. Sarebbe invece escluso dalla disciplina in esame l'atto con il quale venisse fatta alienazione della quota relativa soltanto ad uno o ad alcuni dei singoli cespiti facenti parte della comunione ereditaria, ogniqualvolta risultasse che non si è voluto sostituire l'estraneo al coerede come titolare della quota ereditaria (Cass.Civ. Sez. II, 7749/90). E' stato al riguardo deciso che anche l'alienazione di uno o più beni determinati facenti parte della eredità non costituisce elemento decisivo per escludere l'ipotesi di trasferimento della quota ereditaria o di parte di essa. Si tratta di apprezzare in concreto l'intento dei contraenti per verificare se il cespite sia stato considerato come misura della partecipazione dell'acquirente alla comunione ereditaria ovvero come quota parte in riferimento all'esito divisionale.
Nel caso in esame, tuttavia, l'alienazione è a titolo liberale e la "quotina" è stata reputata bene altrui: donde la nullità della donazione.

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