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Comportamento del notaio che si appropria di somme consegnate dai clienti: differenza tra peculato e truffa aggravata. (Cass. Pen., Sez. IV, sent. n. 20132 del 14 maggio 2015)

Risponde di peculato il notaio che si appropria di somme consegnategli dai clienti al fine di pagare l'imposta di registro inerente atti di compravendita dallo stesso rogati. Ciò perché la condotta appropriativa viene posta in essere su somme di denaro possedute per ragione dell'ufficio notarile esercitato. Risponde, invece, di truffa aggravata il pubblico ufficiale che si appropri di somme di cui non ha già la disponibilità, ma che ottiene facendo ricorso ad artifici o raggiri.

Commento

(di Daniele Minussi)
Le somme che i clienti versano al notaio a fronte delle imposte da pagarsi in relazione alla stipula di un atto devono immediatamente essere considerate come pecunia pubblica: ne segue che la appropriazione delle stesse da parte del pubblico ufficiale integra gli estremi del reato di peculato (reato istantaneo che si perfeziona nel momento in cui l'agente si impossessa del denaro o della cosa mobile della pubblica amministrazione di cui ha il possesso per motivi del proprio ufficio).
Come qualificare invece la condotta del notaio che, avendo riscosso le imposte sulla compravendite stipulate in base al valore venale degli immobili dichiarato dalle parti, provveda autonomamente a riqualificare tale indicazione mediante le disposizioni del c.d. "prezzo/valore", sostanzialmente diminuendo l'importo delle imposte dovute, trattenendo la relativa somma?
In questa differente ipotesi il comportamento è stato qualificato in chiave di truffa aggravata a carico dei clienti.

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