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Cass. Civ., Sez. II, n. 21256/2009. Sulla nozione di pari uso della cosa comune ex art. 1102 c.c. ai fini del suo utilizzo per un fine particolare da parte di un partecipante alla comunione.

Il partecipante alla comunione può usare della cosa comune per un suo fine particolare, con la conseguente possibilità di ritrarre dal bene una utilità specifica aggiuntiva rispetto a quelle che vengono ricavate dagli altri, con il limite di non alterare la consistenza e la destinazione di esso, o di non impedire l’altrui pari uso. La nozione di pari uso della cosa comune, ex art. 1102 c.cc., non va intesa nel senso di uso identico e contemporaneo, dovendo ritenersi conferita dalla legge a ciascun partecipante alla comunione la facoltà di trarre dalla cosa comune la più intensa utilizzazione, a condizione che questa sia compatibile con i diritti degli altri, essendo i rapporti condominiali informati al principio di solidarietà, il quale richiede un costante equilibrio fra le esigenze e gli interessi di tutti i partecipanti alla comunione. Ne consegue che qualora sia prevedibile che gli altri partecipanti alla comunione non faranno un pari uso della cosa comune, la modifica apportata alla stessa dal condomino deve ritenersi legittima, dal momento che in una materia in cui è prevista la massima espansione dell’uso il limite al godimento di ciascuno dei condomini è dato dagli interessi altrui, i quali pertanto costituiscono impedimento alla modifica solo se sia ragionevole prevedere che i loro titolari possano volere accrescere il pari uso cui hanno diritto.

Commento

(di Daniele Minussi) Possibile e legittimo anche un utilizzo più intenso della cosa comune da parte del singolo condomino, seppure condica alla modificazione della res: la pronunzia conduce al limite il criterio del pari utilizzo del bene da parte di tutti i contitolari, inteso come contemperamento tra una fruizione solo potenziale da parte di alcuni e concreto uso che più intensamente sia effettuato da un solo comunista.

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