Ancora in tema di assegnazione di casa familiare già concessa in comodato quale residenza familiare ad uno dei coniugi. (Cass. Civ., Sez. Unite, sent. n. 20448 del 29 settembre 2014)

In ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la forma e il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione in capo alla persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto dal contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno, ai sensi dell’art. 1809 c.c..
La portata di questo bisogno non deve essere grave, dovendo essere solo imprevisto, quindi sopravvenuto rispetto al momento della stipula, e urgente. L’urgenza è qui da intendersi come imminenza, restando quindi esclusa la rilevanza di un bisogno non attuale, non concreto, ma soltanto astrattamente ipotizzabile. Ovviamente il bisogno deve essere serio, non voluttuario, né capriccioso o artificiosamente indotto. Pertanto non solo la necessità di uso diretto, ma anche il sopravvenire imprevisto del deterioramento della condizione economica, che obbiettivamente giustifichi la restituzione del bene anche ai fini della vendita o di una redditizia locazione del bene immobile, consente di porre fine al comodato anche se la destinazione sia quella di casa familiare. E’ da notare soltanto che, essendo in gioco valori della persona, ed in particolare le esigenze di tutela della prole, questa destinazione, con più intensità di ogni altra, giustifica massima attenzione in quel controllo di proporzionalità e adeguatezza, sempre dovuto in materia contrattuale, che il giudice deve compiere quando valuta il bisogno fatto valere con la domanda di restituzione e lo compara al contrapposto interesse del comodatario.

Commento

(di Daniele Minussi)
Il problema è sempre di scottante attualità. I genitori di uno dei coniugi concedono in comodato senza determinazione di tempo l'appartamento che dagli sposi viene destinato a casa familiare. Successivamente la coppia si separa e la residenza familiare viene assegnata alla moglie affidataria dei figli minori d'età, quand'anche di proprietà dei genitori del marito. Possono questi ultimi porre termine al comodato? Al di là della statuizione secondo la quale l'assegnazione giudiziale determina la concentrazione nella persona dell'assegnatario della posizione giuridica propria del comodatario, il vero nodo è costituito dall'esercizio del diritto del comodante di porre termine al rapporto per l'ipotesi di sopravvenienza di un grave ed imprevisto bisogno ai sensi dell'art.1809 cod.civ..
La pronunzia in esame introduce una serie di criteri volti a consentire che il giudice di merito eserciti un penetrante sindacato circa la sussistenza della esigenza del comodante di porre termine al comodato.

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